Zdenek Zeman nella letteratura: da Narciso a Zarathustra

Anarchico, visionario e talvolta incompreso: Zdenek Zeman in un insolito ed equivoco confronto tra letteratura e musica.

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Fari su Nicosia: AEK Larnaca - APOEL

Inauguriamo la nostra rubrica a cura del nuovo membro della redazione Mirko Giacoppo, che si occuperà dei resoconti delle partite di APOEL Nicosia, Copenaghen e Everton.

Comunicato dalla redazione

La redazione de Lo Stretto del Calcio presenta la nuova struttura del blog e il format applicato per la nuova stagione.

Fari su Copenaghen: Odense-Copenaghen

Il resoconto del match Odense-Copenaghen, conclusosi con la vittoria degli ospiti per 1 a 0

Fari su Liverpool: Everton-Chelsea

L'appassionato resoconto della pirotecnica vittoria del Chelsea sui Toffees per 6 a 3

lunedì 19 agosto 2013

Gli artisti del pallone: David Beckham


“Volevo solo giocare a calcio, non mi interessava altro; non volevo diventare famoso”. David Beckham disse cosi poco meno di un anno fa, intervistato dalla rivista VanityFair. Eppure, anche dopo il ritiro dal calcio di tre mesi fa, Beckham è tuttora il calciatore più famoso e più apprezzato al mondo, nonché il centrocampista inglese più forte e importante di tutti i tempi. Il 18 Maggio 2013 infatti è stata una tappa importante per David: dopo una carriera di 21 anni coronata da moltissimi successi, Beckham, commosso, lascia il campo da calcio per l’ultima volta. In quel momento il suo PSG, ultima squadra di cui il campione inglese ha fatto parte, batteva il Brest nella penultima partita del campionato francese, avendo già in tasca lo scudetto con tre giornate di anticipo. Carlo Ancelotti, ora tecnico del Real Madrid, lo sostituì verso la fine del match per concedergli la standing ovation del Parc des Princes: “Una carriera fantastica, David ha sempre amato giocare a pallone; è stato un piacere essere suo compagno” ha dichiarato Gary Neville, anch’egli ex calciatore inglese e, come Beckham, del Manchester United. A Neville si sono uniti tra i più illustri giocatori e personaggi del mondo nel congratularsi con lo Spice Boy, tra cui Sepp Blatter, attuale presidente della FIFA: “David Beckham, una delle più grandi icone calcistiche a livello globale, sta dando il suo addio al calcio giocato. E’ la fine di un capitolo di una storia incredibile. David è cresciuto amando il calcio e realizzando i suoi sogni, ed ha sicuramente ispirato milioni di ragazzi e ragazze nel cercare di fare lo stesso. Qualsiasi cosa decida di fare in futuro, sono certo che lo farà con la stessa dedizione e buona volontà che lo hanno contraddistinto in questi 21 anni. Buona fortuna!”. La leggenda brasiliana Pelé ha invece twittato: “Il calcio ha perso un gran giocatore. David Beckham, spero potrai divertirti anche senza il calcio e star bene con la tua famiglia”. Becks, col progredire della sua carriera, è realmente divenuto una celebrità, soprattutto grazie alla relazione con l’ex Spice Girl Victoria Adams, con cui ora è sposato e ha 4 figli, che lo ha introdotto nel mondo dello spettacolo. Nel 2008 è stato quinto nella classifica delle celebrità più influenti stilata dalla rivista statunitense Forbes ed è stato inserito nel 2004 dal TIME nel "TIME 100 heroes&icons". Egli è inoltre stato insignito dalla regina Elisabetta II nel Giugno del 2003 del titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico e da sempre è impegnato nel sostenere associazioni e organizzazioni di beneficienza. Beckham è difatti Goodwill Ambassador dell’UNICEF, per conto del quale si è recato in Sierra Leone a Gennaio del 2008. Proprio recentemente, in occasione del suo trasferimento al PSG avvenuto il Gennaio scorso, il campione inglese ha deciso di devolvere il proprio stipendio percepito durante i suoi 5 mesi di permanenza nel club parigino ad una associazione francese che si occupa di bambini in difficoltà. 


Nonostante la crescente notorietà, il giocatore ha sempre lavorato, come ha ricordato Blatter, con molta dedizione, impegnandosi al massimo per far bene cioè che amava di più: giocare a calcio. Pressoché nulli infatti gli episodi che hanno generato scalpore trai media e i giornali, tipici delle celebrità inglesi, in riferimento a Beckham: famoso però, dopo anni di collaborazione, il duro litigio con Sir Alex Ferguson, che addirittura arrivò a lanciargli uno scarpino negli spogliatoi, incidente che procurò a Beckham 2 punti di sutura nel sopracciglio. Beckham è dunque al giorno d’oggi l’emblema del calcio attraverso il mondo ed è quindi giusto tracciare la sua storia partendo da dove non era ancora nulla se non che un ragazzino talentuoso. 
David ha cominciato a dare i suoi primi calci al pallone ai tempi della scuola, quando vinse addirittura un permesso per allenarsi con il Barcellona ad appena 11 anni. Dopo aver preso parte a vari provini per squadre locali inglesi, tra cui anche il Tottenham, Beckham comincia la sua carriera professionistica nella squadra del padre, il Brimsdown Rovers, e le sue qualità tecniche vengono scoperte e ammirate da molti club. All’età di 16 anni firma il suo primo contratto con il Manchester United e fa il suo esordio in Champions League contro il Galatasary nel Dicembre 1994, segnando peraltro il suo primo gol al 37’ minuto, il secondo del 4-0 finale in favore dei Red Devils. Beckham viene poi ceduto in prestito al Preston North End per fare esperienza e le sue buone prestazioni (2 gol in 5 partite) gli garantiscono nuovamente un posto tra le file della prima squadra dello United. Correva l’anno 1995 e l’allenatore Alex Ferguson decise tra le polemiche di non investire alcun capitale per acquistare nuovi giocatori. Piuttosto, il tecnico scozzese promosse in prima squadra degli astri nascenti del calcio e tra questi, appunto, David Beckham. L’esito della stagione diede ragione al condottiero del Manchester e David, su 40 partite giocate, segnò 8 gol, molti dei quali fondamentali per il raggiungimento del double Premier-FA Cup. Più avanti Beckham conseguì sempre più successi, sia a livello personale che di squadra. Nel 1999, in concomitanza con il famoso treble Champions-Premier-FA Cup, arrivò secondo nella classifica del Pallone d’Oro e del FIFA World Player, ripetendosi nel 2002. Come già detto, il rapporto con Ferguson andò sempre più deteriorandosi, finché, condannato anche da un infortunio, Beckham firmò un contratto nell’estate del 2003 con il Real Madrid. La stella inglese ha collezionato con i Red Devils ben 394 presenze e segnato 85 gol, molti dei quali su calcio di punizione. Notissimo infatti è lo stile di David Beckham nel calciare le punizioni, a cui è stato affibbiato il motto “Bend It Like Beckham”. Quando Beckham posizionava il pallone sul punto di battuta, il gol era praticamente assicurato, anche da posizioni quasi impossibili: palla a girare, irraggiungibile, e portiere trafitto. La più famosa punizione risale al 2001, quando al 93’ il giocatore qualificò in extremis la Nazionale inglese, che perdeva 2-1 contro la Grecia, ai Mondiali FIFA del 2002. 
Trasferitosi al Real Madrid, con la maglia numero 7 già occupata da Raùl, Beckham decise di fare suo il 23, in onore del campione di basket Michael Jordan. Con i blancos raggiunse le 159 presenze segnando 20 gol e sfornando ottimi assist, in quanto andò a ricoprire sempre più spesso la posizione di regista anziché quella di esterno destro. Da quel momento infatti il giocatore occupò con continuità questa posizione, soprattutto verso il tramontare della sua carriera. Durante la sua permanenza a Madrid, Beckham vinse una Supercoppa Spagnola nel 2003 e una Liga nella stagione 2006-2007. 

Nel 2007 Beckham annunciò di aver firmato un contratto coi L.A. Galaxy e si trasferì nella squadra statunitense nel Luglio di quello stesso anno, dopo vari e vani tentativi dell’allora tecnico del Real Madrid Fabio Capello di convincerlo a restare. In occasione della sua presentazione ufficiale alla stampa, Beckham dichiarò: “Non vengo qui per essere una superstar, vengo per cercare di fare la differenza. Non sto dicendo che con il mio arrivo il calcio diventerà lo sport più seguito negli Stati Uniti. È una cosa difficile da raggiungere, baseball, basket e football americano sono sport importanti”. Durante il suo periodo a Los Angeles (125 presenze e 20 gol) Beckham dovette spesso allenarsi con altre squadre, come l’Arsenal e il Tottenham, per via della differenza di calendario rispetto all’Europa. Cosi, per rimanere in forma in vista degli impegni con la Nazionale, Beckham si trasferì in prestito al Milan nel 2009. “Non cambio idea sul calcio americano, ma la lunga pausa invernale della MLS non va bene. Ho fatto contattare personalmente il Milan, è l’unica squadra che mi piaceva e l’unica che mi ha cercato”. Il prestito ai rossoneri venne prolungato anche nel 2010, finché Beckham decise di tornare per l’ultima volta a Los Angeles, dove giocò per altri 3 anni. 
Dopo l’esperienza alle Olimpiadi di Londra, quando Beckham portò fino allo stadio la torcia olimpionica, il calciatore si trasferì al PSG, con il quale vinse la Ligue 1 (14 presenze e 1 assist). Come riporta La Repubblica, Beckham ha confidato in un intervista televisiva al suo già citato ex compagno Gary Neville di aver sempre sognato di andarsene al top e così ha fatto, finendo la sua carriera da campione di Francia con il PSG. Come ha ben detto Pelé, il cui giudizio non può che essere veritiero, il calcio è al momento orfano di un grande campione, che faceva quasi parte integrante del calcio stesso, e che ha segnato la sua storia e in particolare quella dell’Inghilterra, della cui Nazionale è stato capitano per 59 occasioni. I suoi molti ammiratori faranno tanta fatica, dunque, a realizzare che quelle traiettorie magnifiche non potranno più essere tracciate dal suo artefice, semplicemente David Beckham.

(di Jacopo Burgio)

domenica 18 agosto 2013

Messina, l’entusiasmo della Rinascita.

L’attesa di tornare al San Filippo ad incitare la squadra e di sognare una storica e trionfale “cavalcata” consegue all’entusiasmo e alla grande speranza che si è creata nell’ambiente giallorosso. Con i Lo Monaco i tifosi possono finalmente riporre fiducia in una società seria e competente in grado di mantenere le promesse fatte. Raggiunta la Lega Pro, adesso l’obiettivo è quello di raggiungere la Serie B nel giro di pochi anni, facendo affermare nuovamente la squadra nel calcio che conta. 
Con trepidazione i tifosi aspettano la partita dell’1 settembre, la prima di campionato, contro l’Ischia. Pochi sono i dubbi o i timori, la squadra è simile a quella della passata stagione ma con innesti importanti come Mirko Guadalupi, ex Cosenza, e Riccardo Bolzan, terzino classe ‘84 che vanta una lunga militanza in Lega Pro ed esperienze anche in Serie B. Oltre a quest’ultimi due, sono stati tesserati dalla società Alessio De Bode, classe ’91, Francesco Simonetti, del 1991, e Luigi Silvestri, classe 1993. Dunque, nonostante le cessioni di Cocuzza, Chiavaro e Savanarola, la squadra giallorossa ha subito rimediato con giovani promettenti, importante è la conferma di Lagomarsini, e con giocatori di qualità ed esperienza.
Nelle amichevoli pre-campionato la squadra giallorossa ha mostrato come sia sempre più “compatta” e di qualità, e spicca soprattutto la vittoria contro l’Avellino per 2 a 1. 
Un importante segnale da parte della società è quello di aver recuperato e registrato la storica denominazione “Associazioni Calcio Riunite Messina”, nonostante la parola “Rinascita” non cessi di essere la prima degli obiettivi della società e delle speranze dei tifosi.

(di Alessandro Triolo)

martedì 13 agosto 2013

Pierre-Emerick Aubameyang, un talento ignorato

Pierre Aubameyang è un attaccante agile, veloce, con uno spiccato fiuto del gol e tanta classe. Pochi giorni fa ha siglato la sua prima tripletta in Bundesliga con la maglia della finalista europea Borussia Dortmund alla prima giornata di campionato contro l’Augsburg e le sue quotazioni stanno cominciando a salire e con loro l’apprezzamento verso di lui. Aubameyang è un giocatore del Borussia da appena due mesi e per arrivare a questo punto dobbiamo fare un piccolo passo indietro, che, a malincuore, come vedremo, ci porterà proprio in Italia.
Aubameyang, classe 1989, nasce a Leval il 18 Giugno ma viene naturalizzato gabonese. Cresce in  una famiglia di sportivi: è infatti figlio d’arte, poiché il padre Pierre era anch’egli calciatore e cosi i suoi due fratelli Catilina e Willy, attuali giocatori del Sapins e del Saint-Etienne 2. Tutti e tre i fratelli crescono nella primavera del Milan, ad eccezione di Catilina, cresciuto nella Reggiana ma comunque con un trascorso nel club di Via Turati, e Pierre-Emerick si distingue subito come il più talentuoso: nel 2007  segna infatti 7 gol in 6 partite in occasione di un torneo intitolato a Roberto Bettega, contribuendo cosi alla vittoria finale del trofeo per i rossoneri. Lo stesso anno, Aubameyang scende in campo in prima squadra contro la Juventus, segnando un gol che permise al Milan di aggiudicarsi il Trofeo Berlusconi. Tuttavia, pochi a Milano credono nel gabonese, che cosi viene mandato in prestito per svariate stagioni in Francia: prima al Digione (39 presenze e 10 reti), poi al Lille (24 presenze e 2 reti) e infine al Monaco (23 presenze e 2 reti). Nel 2011 passa in prestito al Saint-Etienne, dov’è destinato a rimanere per tre annate: il club francese ufficializza infatti a Dicembre la totale acquisizione dei diritti sportivi del giocatore, che viene dunque riscattato dal Milan; per Pierre cominciano gli anni della gloria. Dopo una prima stagione in cui realizza appena 2 reti in 14 presenze, Aubamyeng comincia a brillare: già 18 reti nella stagione 2011-2012 su 38 presenze, ma l’exploit è avvenuto proprio quest’anno, in cui il giovane gabonese è riuscito ad insidiare Zlatan Ibrahimovic nella classifica di miglior marcatore della Ligue 1, con 21 reti realizzate in 45 presenze, cosi raggiungendo un totale di 41 goal in 97 presenze con la maglia del Saint-Etienne. 
Lo scorso Novembre Pierre ha rilasciato un’intervista per La Gazzetta dello Sport, esprimendo il suo apprezzamento verso la città francese e soprattutto verso il club, ma ha parlato tanto anche di Milan: “Non hanno creduto in me, ma ora voglio far vedere che si sono sbagliati. In fondo, la loro sfiducia è stato uno stimolo a far bene. Voglio ancora far vedere che sono da Milan”. Il Milan al tempo si liberò con forse troppa leggerezza di Aubameyang, cedendolo per solo 1 milione, e adesso è costretto a guardarlo scalare il tetto d’Europa.

domenica 11 agosto 2013

Emanuele Giaccherini, il "Messi di Talla"

“Se si chiamasse Giaccherinho, Emanuele sarebbe molto più considerato”, queste le parole di Antonio Conte, attuale allenatore della Juventus, in occasione di un’intervista in cui si parlava, appunto, del talento italiano e della sua “provincialità”, termine usato spesso dai giornalisti che criticavano lo stesso Conte poiché schierava giocatori non “da Juve”, eppure poi capaci di portare a termine un’impresa come quella dello scudetto 2011-2012.
Non possiamo dire che la storia di Emanuele abbia avuto un lieto fine, in quanto è ancora molto lontana dal concludersi: a 28 anni Giaccherini ha ancora voglia di esprimersi, dopo essere esploso a Cesena e aver passato due anni nella Juve vincente di Conte, che lo ha definitivamente lanciato nel teatro internazionale. Dopo un buon europeo e una strepitosa Confederations Cup infatti, da poche settimane il Giak è un nuovo giocatore del Sunderland di Di Canio. Sicuramente però, quella di Giaccherini è una bella storia, che vale la pena di raccontare: un piccolo calciatore diventato grande. A 15 anni viene già tesserato dal Bibbiena, poi mandato in prestito gli anni successivi in varie società di serie minori. Fa il suo esordio con il Cesena in Serie A nel 2010, contro la Roma, gara poi terminata in pareggio per 0-0. Giaccherini firmerà successivamente il suo primo goal contro il Milan, cominciando un lungo periodo di ascesa che lo porterà fino alla Juventus nel 2011. Emanuele è un giocatore molto duttile, capace di ricoprire praticamente tutti i ruoli di centrocampo, pur nascendo come ala: esterno, mezz’ala o interno, invariabilmente a destra o a sinistra. Per la sua struttura fisica e le movenze, oltre che per la posizione che ricopriva inizialmente, Giaccherini è stato più volte paragonato, ovviamente solo per le suddette somiglianze, a Lionel Messi, tanto da valergli i soprannomi di “La Pulce” (al pari dell’argentino) o “Il Messi di Talla”. Col suo dribbling secco e le sue doti in velocità e scatto, il Giak sa sfornare ottimi assist nel momento in cui si libera dell’avversario, non mancando però alcune volte la conclusione, spesso con buoni risultati.
Giaccherini viene dunque scelto da Conte per sperimentare il suo 4-2-4 con la Juventus, modulo che poi come sappiamo cambierà più volte fino a stabilizzarsi con l’attuale 3-5-2. A sorpresa Emanuele va addirittura a ricoprire la posizione di ala sinistra nella formazione titolare, con accanto Matri, Del Piero e Pepe, durante la gara inaugurale allo Juventus Stadium contro il Parma, conclusasi con un netto 4-1 per i bianconeri. Giaccherini dimostra di potersela giocare e pur potendo essere surclassato da giocatori più abili nonché più noti di lui, riesce comunque a ritagliarsi uno spazio importante e in poco tempo conquista anche la Nazionale.
Cesare Prandelli ha sempre nutrito grande stima verso di lui, chiamandolo più spesso a vestire la maglia azzurra che il Giak scopre con stupore di saper indossare meglio di quella bianconera: la seconda annata alla Juve diventa infatti più complicata per lui, a causa di nuovi arrivi che andranno a formare l’organico che dovrà partecipare alla Champions League. Emanuele gioca cosi sempre di meno, segnando però quello che è stato definito il goal scudetto 2013 contro il Catania. Prandelli non perde la fiducia nel ragazzo e lo mette in lista per la Confederations Cup, che diviene per lui un trampolino di lancio; alla fine del torneo le carte parlano chiaro: Italia terza e Giaccherini miglior giocatore azzurro, uno tra i migliori del’intera competizione, dopo un giocatori del calibro di Neymar, Iniesta o Xavi. Tuttavia la Juve non lo considera più parte del progetto e il Giak emigra, dichiarando “meglio per tutti”. La sua nuova avventura in Premier è già iniziata e non resta che augurargli buona fortuna.

(di Jacopo Burgio)

Gli artisti del pallone: Samuel Eto'o



“Eto’o è il più grande calciatore africano della storia.” (Patrick Mboma).

                                                           

9 Marzo 1997, la nazionale camerunense scende in campo contro il Costa Rica. Il risultato finale è non è dei migliori: 5-0 in favore dei padroni di casa, ma gli africani non sanno ancora di aver scovato il loro futuro beniamino, se pur dopo aver subito una tale sconfitta. Quel giorno infatti, tra i “Leoni indomabili” si poteva intravedere un giovane quindicenne, silenzioso, ma dal talento enorme, che avrebbe fatto la storia della nazione e dell’intero continente. 
Oggi Samuel Eto’o è cambiato davvero poco: un leader silenzioso dall’energia di un quindicenne, com’era, appunto, quel lontano Marzo del ’97, eppure di record ne ha raggiunti tanti. Quattro Palloni d’Oro africani, titolo di miglior marcatore dell’anno secondo l’IIFHS nel 2010 e terzo classificato nella lista del Pallone d’Oro del 2005, nonché due “treble” consecutivi vinti con i Barcelona nell’annata 2008-2009 (Champions League, Liga e Copa del Rey) e con l’Inter nel 2009-2010 (Champions League, Serie A e Coppa Italia). Queste conquiste bastano già per delineare il profilo di un campione indiscusso, uno dei migliori al mondo, ormai purtroppo sulla via del declino: Eto’o ha infatti raggiunto i suoi 32 anni, ma per fortuna di smettere non ne vuole ancora sapere.

Per quelle che siano le sue doti e la sua bravura, di Samuel c’è tanto da parlare anche dal punto di vista etico. Oltre ad essere ambasciatore dell’Unicef, il calciatore si è impegnato infatti ad avviare operazioni a scopo benefico per la sua Africa, creando per esempio un’associazione atta ad aiutare i giovani ragazzi del Cameroun, la “Fundacion Privada Samuel Eto’o”, in collaborazione con il suo agente Masalles. Recentemente ha cominciato a brillare il primo, potremmo dire, “prodotto” della scuola calcio creata in patria da Eto’o, Fabrice Olinga, attuale attaccante del Malaga che nella scorsa stagione ha realizzato la sua prima rete in Liga all’età di sedici anni, meritandosi anche la convocazione in nazionale nel match di qualificazione alla coppa d’Africa contro Capo Verde lo scorso 14 Ottobre, segnando per altro uno dei due gol che permisero ai Leoni Indomabili di portare a casa la vittoria.
Come la stragrande maggioranza degli atleti neri inoltre, anche Samuel ha dovuto combattere contro episodi di razzismo, verificatisi sia ai tempi del Barcelona in Liga, sia, purtroppo, nel nostro campionato: tutti ricorderanno il triste episodio della partita Cagliari-Inter, quando l’arbitro dovette addirittura sospendere l’incontro per due minuti a causa di ripetuti cori da parte del pubblico di casa. Sono questi episodi che si verificano ancora oggi con insistenza, principalmente in Serie A, basti pensare a ciò che accade con frequenza a Mario Balotelli o al famoso episodio in cui Kevin-Prince Boateng abbandonò il campo scagliando il pallone contro la curva dei tifosi che lo stavano insultando, avvenuto poco tempo fa in occasione dell’amichevole Pro Patria-Milan. L’importante, come ha dimostrato Eto’o più volte, è saper reagire, non arrivando però mai allo scontro diretto.

Dopo aver girato l’Europa a caccia di successi (Real Madrid, Espanyol, Mallorca, Barcelona e Inter le squadre in cui ha militato) e averli conseguiti praticamente tutti, Eto’o è attualmente la classica punta di diamante di una società arricchitasi grazie a capitali immensi detenuti da un ricco presidente: stiamo parlando in questo caso dell’Anzhi Machackala, squadra della Premier League russa. Proprio in questi giorni però si sta avvertendo un clima di crisi in casa Anzhi e il presidente, al pari di quello che fece il Malaga esattamente un anno fa, sta avviando una vera e propria svendita, mettendo sul mercato tutti i suoi pezzi pregiati. Recenti rumors di mercato parlano allora di un possibile e clamoroso ritorno all’Inter, anche se l’entourage del giocatore ha dichiarato di avere il Napoli come destinazione gradita, mentre Il Los Angeles Galaxy aspetta il momento propizio per avanzare un’offerta.
Considerando di chi abbiamo fino ad adesso parlato, non resta che augurarci davvero che un campione come Eto’o possa tornare nella nostra Serie A, per ammirare ancora una volta le sue giocate e i suoi splendidi goal.

(di Jacopo Burgio)

martedì 6 agosto 2013

Tutto cambia, tranne il Barça.


Anche in questo pre-stagione, la squadra che probabilmente mantiene più certezze è il Barcellona. Nonostante abbia perso il proprio dominio assoluto in Europa, al contrario di altri top club, la squadra blaugrana non ha mai stravolto la squadra o soprattutto rivoluzionato il proprio stile di gioco, ormai conosciuto ed affermato. I giocatori principali della rosa sono gli stessi che hanno vinto la Champions nel 2011 e, in parte, nel 2009, come Messi, Iniesta, Xavi, Pique, Dani Alves. E se la rosa era già formidabile nelle due stagioni migliori del Barça citate precedentemente, adesso con innesti del calibro di Neymar, Jordi Alba, Fabregas, Sanchez, Song, la squadra blaugrana si trova costretta a non perdere posizioni nel palcoscenico del calcio mondiale. 
Uno dei problemi, se si può definire tale, che si potrebbe riscontrare nel Barcellona è il continuo aumento di giovani calciatori che, dopo il vivaio e l’esperienza con il Barcellona B, si trovano ostacolati da giocatori inamovibili, che resteranno tali per anni. Tra questi ci sono, ad esempio, i talenti Isaac Cuenca e Thiago Alcantara, costretti a trasferirsi rispettivamente all’Ajax e al Bayern. Per un giovane centrocampista, ad esempio, è sempre più difficile trovar spazio in una squadra che ha già in quel ruolo i migliori al mondo (Iniesta, Xavi, Fabregas), e lo stesso vale anche per gli altri ruoli, in cui sicuramente non ci si può illudere di prendere il posto a Messi o Neymar, o in difesa a Pique. Notando tali difficoltà per i talenti della cantera, la società ha deciso di mandare in prestito i suoi miglior giovani, affinchè inizino a maturare e ad affermarsi. D’esempio sono Bojan, ormai dal 2011 girato in prestito a tre squadre diverse, Deulofeu all’Everton e nella scorsa stagione Cuenca, mandato all’Ajax.
Oltre i giovani, che sicuramente possono sperare di più in un posto da titolare in futuro, nel Barça ci sono giocatori affermati dell'importanza di Fabregas, Sanchez, Alex Song, che non sono riusciti mai a ottenere la certezza di un posto da titolare, nonostante siano senza dubbio fra i migliori giocatori in Europa. Specialmente Fabregas, arrivato dall’Arsenal  con le aspettative di realizzare e migliorare un gioco praticamente perfetto con Xavi, Iniesta e Messi, che invece non è avvenuto come si sperava. Così, il n°4 blaugrana potrebbe pure partire, secondo i media inglesi le destinazioni più probabili sarebbero l’Arsenal o il Manchester United.
In conclusione, tra giocatori ormai "perfetti" negli schemi blaugrana, giovani talenti della Cantera e “panchinari di lusso”, dire che il Barcellona non è più tra le favorite per la conquista di tutto è pressochè un’eresia. 

(di Alessandro Triolo)

lunedì 5 agosto 2013

Rivoluzioni a Manchester


Dopo l’approdo di David Moyes sulla panchina dello United, anche l’altra sponda di Manchester potrà assistere ad un cambiamento radicale dopo quattro anni di gestione Mancini. Il cileno Manuel Pellegrini guiderà infatti i Citizens per i prossimi tre anni. Dopo la passata stagione è apparso evidente, al pari del collega Mourinho al Real Madrid, che Roberto Mancini avesse fatto ormai il suo tempo a Manchester. Gioco troppo prevedibile, come riporta il sito scommesse "unibet", che ha dato ragione al suo artefice soltanto per un’annata, quella appunto del famoso titolo strappato all’ultimo respiro ai vicini Red Devils. Altrettanto non si potrebbe però dire riguardo le prestazioni della squadra in Europa: i numeri parlano chiaro e il City, pur capitando in gironi chiaramente ardui da affrontare (una volta Bayern, Napoli e Villareal, l’altra Dortmund, Real e Ajax) non ha comunque fatto bella figura. Tre vittorie, quattro pareggi e cinque sconfitte, questo il triste palmares degli Sky Blues in Champions League. Come dicevamo, l’annata passata è stata forse la più deludente, se non per il secondo posto rimediato in campionato, comunque con ben undici punti di scarto dagli eterni rivali concittadini primi in classifica. La vera beffa è stata invece la mortificante sconfitta in finale di FA Cup contro il Wigan Athletic, squadra poi retrocessa in Championship, che con questo risultato si giocherà clamorosamente la UEFA Europa League pur trovandosi nella seconda divisione inglese. C’è ovviamente da sottolineare in riferimento allo scorso anno una campagna acquisti non certo accurata: solamente negli ultimi giorni sono arrivati Rodwell, Javi Garcia, Sinclair, Maicon e Nastasic e di questi solo l’ultimo è riuscito a brillare, facendo adesso parte addirittura del tandem difensivo titolare insieme con Kompany; questa sessione deludente di mercato si evidenzia ancor più adesso, con Maicon ceduto alla Roma e gli altri tre sul piede d’addio. Quest’anno invece il calciomercato dei Citizens è stato più che positivo: secondo il quotidiano inglese Racing Post ammonterebbe a 80 sterline il capitale investito dalla società per gli acquisti di Fernandinho, Jesus Navas, Jovetic e Negredo, stavolta tutti di prima linea: il primo garantisce stabilità al centrocampo, il secondo maggiore spinta sulla fascia destra e gli ultimi due potranno riempire un attacco orfano di Tevez, ceduto alla Juventus, ma ancora saldamente nelle mani di Dzeko e soprattutto del Kun Aguero. La vera novità è però l’allenatore, che, come dice il già citato Racing Post, sarebbe perfetto per il gioco del Manchester City, definito “olistico”. Pellegrini ha guidato il Villareal in semifinale di Champions e il Malaga ai quarti proprio l’anno passato, quando perse sfortunatamente con il Borussia Dortmund. Il cileno, che promuove un 4-4-2 votato all’attacco, pur non avendo dunque ancora vinto nulla in continente, è chiamato a portare in alto gli Sky Blues non solo in campionato, ma soprattutto in Europa.
I tre nuovi acquisti del City: (da destra) Negredo, Jovetic, J. Navas

(di Jacopo Burgio)